Grande interesse e partecipazione per “Carnia Aurea”

Un titolo curioso e affascinante “Carnia aurea: miniere e ricerca dei metalli preziosi tra storia e leggenda” e quattro relatori di prestigio hanno richiamato un pubblico molto folto all’incontro – promosso e organizzato da Carnia Welcome in collaborazione con Studio Mark–, tenutosi sabato scorso presso la sala convegni del Museo Carnico delle Arti Popolari “Michele Gortani” a Tolmezzo.

Introdotti da Francesco Brollo, sindaco del capoluogo carnico, si sono succeduti in cattedra Giovanni Battista Carulli, già ordinario di Geologia all’Università di Trieste e tra le più autorevoli personalità nel mondo gelologico a livello internazionale; Roberto Zucchini, brillante divulgatore scientifico, consulente del Museo Friulano di Storia Naturale e presidente della Società Cooperativa Naturalisti “Gortani”; Romano Pellegrina, maestro orafo con laboratorio a Tolmezzo e famoso per i suoi “gugjèt” e Domenico Molfetta, una delle figure più note nell’ambiente culturale della Carnia. I quattro protagonisti, davanti ad un pubblico attento e appassionato, hanno affrontato il tema proposto dal convegno da quattro prospettive diverse.
Carulli ha introdotto l’argomento “oro” illustrandone il ciclo geochimico, spiegando che in peso, l’oro costituisce lo 0,0000002% della crosta terrestre e rivelando quali sono le zone con maggior concentrazione di giacimenti primari (in primis il Witwatersrand in Sud Africa, ma anche la Russia, l’India, la California, la Rhodesia, l’Etiopia, l’Australia e la Germania) e secondari – quelli alluvionali – di oro al mondo (Klondike, Yukon, California, Nevada, Colorado, Ghana, Sudan, Siberia). Anche l’Italia ha zone aurifere, ma la concentrazione di oro per tonnellata è attualmente abbastanza scarsa da non rendere economicamente conveniente la sua estrazione. L’estrazione dell’oro dai suoi minerali è infatti vantaggiosa se la sua concentrazione è superiore a 0,5 g/t.

La crosta terrestre contiene circa 50 mila t di oro e, per ottenerne un’oncia (31,1g), sono necessarie enormi quantità di roccia da asportare e macinare. L’oro è presente anche nell’acqua del mare dove pare ne esistano 270 milioni di t ma la concentrazione è molto scarsa (0,1–0,2 mg/t) e di conseguenza lo sfruttamento non sarebbe profittevole.

Successivamente è intervenuto Roberto Zucchini, che ha affrontato l’argomento riguardante le vene d’argento presenti in Carnia. Esiste infatti una buona documentazione storica sull’attività estrattiva soprattutto nelle zone del Monte Avanza, di Timau e di Pramosio. Una documentazione che riguarda anche i metodi di estrazione e sfruttamento del metallo. Nel racconto di Zucchini si è passati poi dalla storia alle leggende: sono infatti numerose e affascinanti quelle che riguardano miniere e minatori della Carnia e più in generale del Friuli, tutte avvolte da un’aura di mistero che da sempre circondato l’opera di chi lavorava in miniere, alimentando così numerose credenze popolari. I minatori medievali stavano al bosco come i naviganti al mare: vivendo per necessità ai margini, venivano quindi accusati di avidità nel cercare tesori sepolti e di un’indole violenta: il fabbro malvagio, ad esempio, è una immagine piuttosto diffusa nell’immaginario collettivo. Ma a differenza di briganti e banditi, di corsari, bucanieri e pirati, i minatori non ebbero la ventura di ottenere la riabilitazione da parte della letteratura romantica. La tradizione orale vuole che le miniere del rio Fuina, presso Pesariis, siano state sfruttate, per l’estrazione dell’oro, già in tempi antichi; i minatori, per cupidigia, non rispettavano il riposo domenicale. Dio adirato fece allora franare tutte le gallerie facendo soccombere tutti i minatori e cancellando ogni traccia della miniera. Un’altra leggenda, nota come “L’oro di Moggio”, citata anche da Jacopo Valvason di Maniago nel 1565, narra la scoperta, da parte di un prete tedesco, un certo Melchiorre, di una miniera d’oro nei dintorni dell’abbazia di Moggio e che questi la nascose affinché nessuno la trovasse per poi tornare nelle sue terre. Esistono documenti dai quali emerge l’esistenza di un certo cappellano Melchiorre in Malborghetto, ma sicuramente il minerale scoperto non era l’oro. Altra leggenda è quella dei “nani di Raibl”. Uno studioso tedesco, il prof. Schneiderhöhn, che si è in più occasioni interessato alla miniera di Raibl, in alcuni suoi scritti di inizio secolo esprimeva il parere che, nani di origine veneta, si siano impratichiti nel duro lavoro di scavo di piccole gallerie a forma di ogiva e sarebbero poi emigrati in Germania. È curioso che alcuni autori, per avvalorare l’ipotesi dell’autore tedesco citano il ritrovamento, nelle miniere tedesche, di piccoli scheletri umani con accanto caratteristici arnesi primitivi, riguardanti il lavoro del minatore. E sempre legata a Raibl è la leggenda del Monte Re. Un vecchio mago, custodiva il tesoro della montagna e non permetteva ad alcuno di penetrarvi. I temerari, che avevano tentato di rapire il tesoro, avevano pagato l’audacia con la vita. Un giovane, innamorato della figlia bellissima del mago, che era riuscito con l’aiuto di lei a penetrare nella grotta misteriosa, fu tramutato dal mago in un monte e la complice in una verdeggiante collina. Il pianto dei due amanti, che si guardano ancora da lontano si raccoglie nella valle dando acqua al lago di Raibl. Il vecchio mago sparì: si era eclissato negli abissi della montagna per continuare a proteggere il suo tesoro.

Con l’andar del tempo gli uomini cominciarono a scavare sempre più addentro la montagna e sempre nuove ricchezze vennero alla luce. Di tanto in tanto, negli antri oscuri, si odono ancora cupi boati e rovinose frane seppelliscono i minatori. È il vecchio mago che non sa rassegnarsi al duro destino, che gli ha rapito il prezioso

segreto. Gli uomini continuano ancora il duro lavoro scavando gallerie finché alla montagna non sarà strappata tutta la sua ricchezza, in quel momento il vecchio mago morirà e con lui anche Raibl avrà cessato di esistere.

Dopo Zucchini è stata la volta di Romano Pellegrina. L’orafo di Tolmezzo, tra i più entusiasti sostenitori della necessità di uno sfruttamento turistico-economico delle risorse della Carnia, ha invitato caldamente professionisti e istituzioni presenti a fare sistema e a lavorare in squadra perché ciò possa avvenire. Ha poi illustrato alcuni aspetti caratteristici della sua professione legati alla lavorazione dei metalli preziosi.

Domenico Molfetta ha concluso i lavori. Da storico e conoscitore del territorio, ha raccontato diversi aneddoti, tra i quali quello di una visita ricevuta nel 1985 da un gruppo di cercatori d’oro di Rauris, una località austriaca nel Salisburghese. Di ritorno dai campionati mondiali di ricerca dell’oro di Ovada si fermarono a Tolmezzo. Vestiti nei loro costumi settecenteschi, i cercatori austriaci vollero ripercorrere l’antica via commerciale che passava da Gemona, Tolmezzo, Döllach, Heiligenblut per arrivare poi a Rauris. Molfetta, all’epoca assessore alla

cultura della comunità montana, ha fatto un parallelismo tra i cercatori austriaci e i commercianti della Carnia, i kramars, che con spezie e stoffe si recavano nel Salisburghese e in Baviera, ricordando anhe che testimonianze di questi commerci sono presenti tra gli oggetti in mostra proprio nel museo che ha ospitato il convegno. L’auspicio finale, condiviso tra relatori e uditorio è che la Carnia possa sfruttare anche a livello turistico la ricchezza geologica del suo ambiente naturale.

“Il vero oro della Carnia – ha affermato il professor Carulli – sta nella Carnia stessa, nella sua essenza, cioè nella unicità del suo stupendo e variato patrimonio dato dall’insieme dei suoi aspetti naturali ed umani, paesaggi, storia, cultura, tradizioni, laboriose attività, tutti valori e qualità uniche che vanno rispettate, conservate e promosse”.

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