Province, passa l’articolo sui nuovi enti ma resta il nodo della montagna
Il ritorno delle Province supera un passaggio decisivo in Consiglio regionale, ma il dibattito resta acceso soprattutto sul ruolo della montagna, delle Comunità di Comuni e delle aggregazioni territoriali. Nell’ambito dell’esame del disegno di legge 86, l’Aula ha approvato a maggioranza l’articolo 18, quello che istituisce le Province di Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine, confermando sostanzialmente i vecchi confini provinciali.
Una scelta che per le opposizioni rappresenta un’occasione persa. Il confronto si è concentrato infatti non solo sul ritorno degli enti intermedi, ma anche sull’assenza, secondo Pd, Patto per l’Autonomia-Civica Fvg e Open Sinistra Fvg, di un vero ridisegno del sistema delle autonomie locali. Al centro delle critiche ci sono la mancata valorizzazione delle Comunità di montagna, il ruolo ancora non definito delle Province e l’assenza di un cronoprogramma preciso per il trasferimento delle funzioni.
Il Patto per l’Autonomia-Civica Fvg, con Massimo Moretuzzo, ha rilanciato invece diverse ipotesi alternative: l’istituzione di una Provincia del Friuli con capoluogo Udine e di una Provincia di Trieste, oppure l’aggiunta di una Provincia della montagna friulana con capoluogo Ampezzo. Una proposta, quest’ultima, pensata per dare un riferimento istituzionale specifico alle terre alte, alle vallate e ai piccoli Comuni dell’arco alpino regionale. Tra le ipotesi avanzate anche il ricorso al referendum per conoscere direttamente la volontà dei cittadini e la sostituzione della Provincia di Trieste con una Città metropolitana.
Durissimo il giudizio di Furio Honsell, di Open Sinistra Fvg, che ha definito il provvedimento «insensato», accusandolo di non risolvere le carenze del sistema e di non indicare né le funzioni delle nuove Province né eventuali nuovi confini. Per Honsell manca soprattutto qualsiasi attenzione specifica al territorio montano.
Anche il Partito democratico ha insistito sul tema della montagna e delle Comunità di Comuni. Manuela Celotti, relatrice di minoranza, ha ribadito che il ddl 86 avrebbe dovuto riconoscere il ruolo delle Comunità di montagna, della Comunità collinare e delle Comunità volontarie, già previste dalla legge regionale 21/2019 e considerate strumenti fondamentali per il supporto amministrativo ai piccoli Comuni e per la gestione associata dei servizi.

Sulla stessa linea Massimo Mentil, secondo cui per garantire risposte efficaci ai territori montani sarebbe necessario rafforzare le Comunità di montagna, trasformandole nel vero punto di riferimento per i Comuni dell’area. Per il consigliere dem, competenze come viabilità ed edilizia scolastica potrebbero essere gestite in sinergia con la Regione, senza la necessità di ripristinare un modello provinciale che, a suo giudizio, in passato non ha dato risposte adeguate alla montagna.
Andrea Carli, sempre del Pd, ha parlato di un testo «monco», sostenendo che l’esigenza primaria della maggioranza sembri essere quella di avere enti elettivi, più che definire con chiarezza cosa questi enti dovranno fare. Anche per Carli manca un coordinamento specifico per la montagna e per le vallate, così come non risulta chiaro il criterio con cui sono stati confermati i confini dei nuovi enti.
Francesco Martines ha rilanciato la necessità di una Provincia della montagna, comprendente l’intero arco alpino del Friuli Venezia Giulia, e la sostituzione della Provincia di Trieste con una Città metropolitana. Diego Moretti, capogruppo del Pd, ha parlato invece di occasione mancata per ridisegnare le Province in modo più coerente con la realtà economica, sociale e territoriale di oggi, citando anche l’ipotesi di una Provincia dell’Isontino con capoluogo duale Gorizia-Monfalcone.
Nel dibattito è tornato più volte anche il tema del coinvolgimento dei cittadini. Le opposizioni hanno chiesto referendum o consultazioni popolari per eventuali modifiche territoriali, richiamando il caso di Sappada, entrata in Friuli Venezia Giulia proprio dopo una consultazione referendaria.
Critiche anche da Laura Fasiolo, del Pd, che ha definito il provvedimento «molto rumore per nulla», citando Shakespeare, e ha parlato di «assurdità» del ddl, chiedendo perché si sia proceduto con tanta fretta e senza un confronto più ampio. Per Fasiolo, tra le materie da valutare in capo alle Province ci sarebbe anche la dimensione transfrontaliera, particolarmente rilevante per il Friuli Venezia Giulia.

A difendere il ritorno delle Province sono stati invece diversi esponenti della maggioranza. Michele Lobianco, di Forza Italia, ha accusato le opposizioni di aver descritto il ddl come «il male assoluto» e ha sostenuto che il provvedimento ha il merito di ridare voce a un ente che funzionava. Lobianco ha poi sfidato i consiglieri contrari alla riforma a non presentarsi alle future elezioni provinciali.
Anche Roberto Novelli, di Forza Italia, ha parlato delle Province come di enti intermedi che funzionavano grazie a competenze che ora saranno ripristinate. Pur ricordando di aver votato in passato a favore della loro soppressione, Novelli ha spiegato che quella scelta era maturata in un clima politico in cui era quasi impossibile opporsi a parole d’ordine come minori costi, meno poltrone e maggiore efficienza. L’esperienza successiva delle Uti, secondo il forzista, avrebbe però dimostrato la necessità di riportare molto dell’assetto istituzionale a ciò che esisteva prima, pur attualizzandolo.
Moreno Lirutti, di Fedriga presidente, ha sostenuto che l’esperienza delle Uti si è rivelata difficile da mantenere, mentre gli Edr rappresentano un percorso da completare garantendo una rappresentanza politica scelta dai cittadini. Quanto al trasferimento progressivo delle funzioni, Lirutti lo ha definito un approccio serio, perché prima è necessario costruire solide fondamenta. Ha inoltre annunciato una cabina di regia per accompagnare i trasferimenti dalla Regione e la costruzione della Casa dei Comuni.
Per Igor Treleani, di Fratelli d’Italia, le Province rappresentano un elemento di coesione per territori eterogenei. Secondo Treleani, in passato sono stati eliminati livelli intermedi senza riuscire a costruire alternative solide. Il ddl 86, ha sostenuto, crea strumenti e non sovrastrutture, coordinamento e non doppioni.
Voce parzialmente fuori dal coro nelle opposizioni quella di Marko Pisani, della Slovenska skupnost, che ha ricordato come già dieci anni fa la Ssk avesse difeso l’operato delle Province, ritenute necessarie per i diritti delle comunità e come strumento di aiuto per i piccoli Comuni. Per Pisani la reintroduzione è positiva, a condizione che vengano trasferite ulteriori funzioni in tempi brevi.
L’assessore regionale Pierpaolo Roberti ha aperto alla possibilità di valutare in un secondo momento l’assetto dei confini e il funzionamento delle nuove Province, richiamando un emendamento di Serena Pellegrino, di Alleanza Verdi e Sinistra, per una verifica a posteriori. Secondo Roberti, tutte le proposte hanno pari dignità, ma il riassetto potrà essere valutato dopo l’avvio del nuovo sistema.
L’articolo 18 è stato quindi approvato con una maggioranza trasversale: sì dal centrodestra, da Avs, Ssk e dall’indipendente Enrico Bullian, nessun astenuto. Sono stati accolti anche alcuni interventi identitari e linguistici: su proposta di Roberti, Sappada sarà indicata anche con il nome locale Plodn; su proposta di Pisani, i Comuni di Doberdò, San Floriano del Collio, Savogna, Duino Aurisina, Monrupino, San Dorligo e Sgonico riporteranno anche la denominazione in lingua slovena.
Approvata inoltre, seppur modificata da Markus Maurmair di Fratelli d’Italia, una richiesta del Patto per l’Autonomia-Civica Fvg che prevede per Udine, Gorizia e Pordenone la possibilità, da parte dei Consigli provinciali, di deliberare l’esposizione della bandiera della comunità friulana.
Un altro passaggio rilevante è arrivato sull’articolo 21, riscritto grazie a un intervento di Serena Pellegrino, poi sottoscritto anche da Maurmair e dal gruppo Fedriga presidente: i Consigli provinciali saranno presieduti da un presidente eletto tra i consiglieri nella prima seduta, senza lasciare la scelta alla discrezionalità dello statuto dell’ente.
Resta però il nodo politico più delicato: se il ritorno delle Province debba essere soltanto il ripristino di un assetto precedente o l’occasione per costruire un nuovo equilibrio tra Regione, enti intermedi, piccoli Comuni e territori montani. Per la maggioranza il ddl 86 rimette in piedi uno strumento di rappresentanza e coordinamento. Per le opposizioni, invece, il rischio è quello di ricreare le Province senza chiarire davvero funzioni, risorse, confini e rapporto con le Comunità di montagna.
