Gli studenti del LAB di Gemona a lezione da Pierluigi Cappello

I fenomeni immigratori “sono irrefrenabili” e ciò di cui “oggi c’è necessità” è “un forte slancio culturale per capire ciò che sta accadendo”, poiché “tutti stiamo camminando su un displuvio”. E questo tempo, “come tutte le epoche di transizione, è pericoloso, ma anche interessante”.

Il poeta e scrittore Pierluigi Cappello ha esortato così a essere protagonisti del proprio della propria giovinezza gli studiosi di italianistica del Laboratorio internazionale della cultura, che a Gemona quest’anno sono arrivati da 33 Paesi per tre settimane di confronto, di approfondimenti e di studio, fino al 12 agosto. Lo sprone lo ha dato aprendo la sua casa, ospitandoli per un incontro/lezione su poesia, letteratura e sul Friuli, quasi raffigurato in un’immagine simbolo, il castello di Cassacco che riempie la vista dalle vetrate che illuminano la biblioteca di Cappello.

Sì, ha ripetuto, un tempo pericoloso quello attuale ma anche interessante, perché “l’incontro tra genti e culture diverse, anche se può generare uno scontro, sono convinto che farà maturare una sintesi culturale superiore” ai due mondi che si sono interfacciati.

Dalla sua casa, che Cappello ha detto di considerare “una dependance del Lab” per gli incontri felici che ha più volte avuto in questi anni con tanti giovani provenienti da tutte le parti del mondo, il poeta ha raccontato l’essenza del Friuli e la “cesura” violenta che questa terra ha vissuto, nel 1976. “Ancora una volta”, come tante altre, perché “questo è un territorio abituato a sentirsi attraversato dalla storia che si manifesta sempre con il tratto della violenza”. È accaduto quel 6 maggio di quarant’anni fa e dopo, con le scosse dell’11 e 15 settembre, quelle che segnarono “la vera resa” dei friulani.

Eppure, da questo racconto di vicissitudini antiche e recenti che rendono comprensibili “la forte precarietà e al contempo il forte radicamento” che caratterizzano la gente di qui, secondo Cappello emerge anche il paradigma “per essere testimoni” del particolare che diventa universale. “Bisogna restare dentro il baricentro della propria cultura – ha raccomandato -, che significa mantenere il totem, e allo stesso tempo rendersi permeabili a ciò che si incontra”. È la strada per capire anche cosa sta succedendo oggi, poiché “solo quando abbiamo i nostri strumenti, che derivano dal nostro radicamento, possiamo comprendere il resto”. E ha continuato: “Tanto più si è vicini al luogo che ci è stato dato, tanto più si esprime qualcosa del peculiare che ha la cifra dell’universale”.

Ai giovani stranieri Cappello ha fatto sentire “la freschezza della lingua friulana e la sua sonorità”, leggendo alcune sue poesie. Ciò che è stato il terremoto lo ha raccontato nel dettaglio leggendo un suo recente documento scaturito dallo sguardo posato su una fotografia di un bambinetto seduto tra le macerie con una scatola chiusa su cui andava posando pietruzze. E poi il “regalo” per il Lab: la condivisione di un testo inedito che farà parte del suo imminente nuovo libro.

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