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Dassi ricorda Andrea Bergnach: «Dal terremoto seppe far rinascere l’ospedale di Tolmezzo»

Nel cinquantesimo anniversario del terremoto del Friuli sono state giustamente ricordate molte delle personalità che contribuirono alla ricostruzione materiale e sociale delle comunità colpite. Ma, quando si parla di Tolmezzo e della sanità carnica, c’è un nome che secondo il dottor Ferdinando Dassi non può essere dimenticato: quello del professor Andrea Bergnach, lo storico primario che proprio negli anni successivi al sisma seppe trasformare una situazione drammatica nel punto di partenza per la crescita dell’ospedale di Tolmezzo.

«Non sarebbe generoso – sottolinea Dassi – non riconoscere come Bergnach abbia saputo trasformare un evento catastrofico in un punto di forza, ponendo le basi per la nascita di un ospedale moderno, innovativo e capace di diventare un riferimento ben oltre i confini della Carnia».

Un ricordo tornato particolarmente vivo in occasione della messa celebrata in suo suffragio ad Azzida, nel comune di San Pietro al Natisone, il paese dove riposano le spoglie del professore. Un momento nel quale, racconta Dassi, attraverso le testimonianze di medici, collaboratori e pazienti è emersa ancora una volta la profondità dell’impronta lasciata da Bergnach nella sanità friulana.

Il suo arrivo a Tolmezzo coincise con uno dei momenti più difficili della storia recente del territorio. Bergnach assunse l’incarico di primario nei primi mesi del 1976, proprio nell’anno del terremoto. Anche la Carnia venne duramente colpita e l’ospedale di Tolmezzo subì danni gravissimi.

A fotografare la situazione bastano poche parole contenute nelle valutazioni di quei giorni: «L’ospedale è inagibile tranne il piano terra».

Proprio quel “tranne”, ricorda Dassi, risultò determinante. Secondo la ricostruzione tramandata da chi visse quelle ore, la precisazione venne inserita dall’ingegnere della Protezione civile dopo un confronto con l’allora presidente facente funzioni dell’Azienda sanitaria, a sua volta sollecitato da Bergnach. Quel passaggio consentì di preservare l’operatività della sala operatoria e di evitare che, dopo il terremoto, Tolmezzo rimanesse completamente priva di attività chirurgica.

Ma fu soprattutto ciò che avvenne dopo a definire la figura del primario.

«Bergnach non si lasciò intimorire dalla situazione – prosegue Dassi –. Al contrario, fu stimolato dalle difficoltà. Da lì iniziò quella crescita professionale dell’ospedale che, probabilmente, senza di lui non sarebbe mai avvenuta».

Quando arrivò a Tolmezzo, il presidio era ancora un piccolo ospedale zonale, con servizi essenziali e poche specializzazioni. La stessa organizzazione sanitaria rifletteva un’impostazione ormai superata: Chirurgia e Ostetricia-Ginecologia erano riunite in un’unica divisione e Bergnach si trovò inizialmente a guidare entrambe.

La sua esperienza maturata anche in Emilia-Romagna e la visione di una medicina sempre più specialistica lo portarono però rapidamente a intervenire sull’organizzazione e, soprattutto, sulla formazione dei medici.

«Quella fu forse la sua vera marcia in più – osserva Dassi –. In una sanità nella quale era ancora molto forte la figura del primario-barone, Bergnach scelse invece di far crescere i giovani, di affidare loro responsabilità e di investire sulla loro preparazione, anche mandandoli nei migliori centri italiani e stranieri».

Uno degli esempi ricordati riguarda Pier Giuseppe Avanzato, che agli albori dell’endoscopia digestiva ebbe la possibilità di perfezionarsi in Francia e all’Università di Milano. Era la dimostrazione di un metodo: individuare le persone, investire sulle loro competenze e riportare quelle conoscenze a Tolmezzo.

La svolta arrivò già nel 1977, appena un anno dopo l’insediamento di Bergnach, con il decollo del servizio specialistico di endoscopia digestiva, destinato a diventare uno dei fiori all’occhiello della chirurgia regionale.

«Credeva profondamente nel lavoro di équipe», ricorda ancora Dassi. E quella scuola produsse negli anni medici capaci di assumere ruoli di grande responsabilità in altri ospedali. Tra gli allievi vengono ricordati Petri, successivamente a lungo alla guida della Chirurgia di Udine, e ancora Santarelli, De Antoni, Zuccolo e Zucchiatti.

Bergnach rimase alla guida della Chirurgia dell’ospedale di Tolmezzo dal 1976 al 1989, ricoprendo anche il ruolo di direttore sanitario. Furono tredici anni nei quali il presidio carnico cambiò profondamente identità.

Da ospedale periferico, sottolinea Dassi, Tolmezzo divenne progressivamente un centro conosciuto per la qualità della chirurgia, per la capacità di innovare e per la preparazione dei suoi professionisti.

A Bergnach viene inoltre attribuito un ruolo decisivo nella nascita della Scuola per Infermieri Professionali di Tolmezzo, dalla quale uscirono generazioni di operatori che avrebbero costituito una componente fondamentale dell’ospedale. Nel 1986 collaborò inoltre alla nascita del comitato locale dell’Andos, Associazione nazionale donne operate al seno, contribuendo a sviluppare un’attenzione che andava oltre l’intervento chirurgico, comprendendo prevenzione, assistenza e sostegno alle pazienti.

È per questo che, ancora oggi, quando si discute del futuro e delle difficoltà dell’ospedale di Tolmezzo, il confronto finisce inevitabilmente per tornare a quella stagione.

«Si parla spesso della lungimiranza e della gestione dell’era Bergnach – evidenzia Dassi –. Per molti quella resta l’epoca d’oro dell’ospedale. Senza la sua capacità di visione, il terremoto avrebbe potuto determinare un ridimensionamento irreversibile del polo sanitario carnico. Lui riuscì invece a fare esattamente il contrario».

Un’eredità che nel 2018 ha trovato anche un riconoscimento concreto con l’intitolazione ad Andrea Bergnach dell’aula magna dell’ospedale di Tolmezzo, il cuore della vita scientifica, formativa e culturale del presidio.

Un gesto simbolico, ma dal significato profondo. Perché, conclude Dassi, ricordare Andrea Bergnach nel cinquantesimo anniversario del terremoto significa inserirlo a pieno titolo tra coloro che parteciparono alla ricostruzione del Friuli: non costruendo soltanto muri e strutture, ma contribuendo a creare un modello di ospedale, una scuola di professionisti e una cultura sanitaria i cui effetti sono rimasti nel tempo.