Lepre (Legambiente): «Con la primavera in Carnia si risvegliano anche i motori»

Riceviamo da Marco Lepre (Circolo Legambiente della Carnia, Valcanale, Canal del Ferro) e pubblichiamo.

 

Ricordate cosa accadeva più o meno tredici mesi fa? Le immagini paradossali del povero “runner” solitario, inseguito nel Parco del Cormor e filmato con tanto di drone dalle pattuglie dei vigili urbani di Udine, quasi fosse un pericoloso criminale in fuga? E l’ottuagenaria signora di Rigolato, multata dai carabinieri per essersi recata da sola in auto a raccogliere erbe spontanee in un prato a mezzo chilometro da casa? E che dire delle guardie forestali, mandate a presidiare fino all’imbrunire a Tolmezzo la zona di Pra’ Castello, per impedire ai residenti di effettuare anche una semplice passeggiata lungo i sentieri che salgono alla Torre Picotta?

Non ci voleva molto a capire che non è attraverso queste attività all’aria aperta, svolte con un minimo di attenzione, che si provoca la diffusione del virus. Anzi. Ricerche e pubblicazioni di medici e scienziati si sono incaricati di confermare quello che l’esperienza diretta ed il buon senso avevano già intuito: camminare e fare attività sportiva immersi nella natura fa bene non solo al fisico, ma aiuta anche la mente a superare questi momenti difficili.

Tutto bene, dunque? Sì, se non fosse che – prendendo a prestito un’espressione utilizzata sulle pagine sportive del Messaggero Veneto da un giornalista, un po’ troppo entusiasta, a proposito dell’ “Italian Baja” – la primavera ha portato con sé anche il “risveglio dei motori”. I tanto declamati benefici che una camminata nel bosco o un’escursione in montagna possono provocare se ne vanno così in fumo e, anzi, sortiscono un effetto contrario, se si ha la disavventura di imbattersi in motociclisti, singoli o in gruppo, intenti a percorrere itinerari a loro interdetti in sella a rombanti moto da cross, enduro o trial.

Segnalazioni e lettere di protesta arrivano da ogni parte: Corno di Rosazzo, Tavagnacco e soprattutto dalla Carnia, dove il passaggio frequente delle moto, unito al dilavamento delle piogge, ha ridotto alcuni sentieri in condizioni penose, con solchi profondi anche 40 centimetri. Non sono indenni nemmeno le piste ciclabili e a farne le spese sono anche luoghi di interesse storico artistico, come la Pieve di S. Floriano, sopra Illegio, dove mai ci si immaginerebbe di fare certi incontri. Gli “appassionati” di questo sport sono poi talmente sicuri di farla franca che non esitano a circolare privi di targa anche sulla viabilità ordinaria. Eppure, se chi ha il compito di vigilare mettesse solo un po’ dell’impegno che dimostrava un anno fa nei confronti di chi si muoveva a piedi, probabilmente il problema sarebbe, se non risolto, almeno notevolmente ridimensionato.

In attesa che questo avvenga è importante agire sul piano culturale e dell’educazione. Se una pratica sportiva non dà benefici né per la salute (basti pensare alle conseguenze di una caduta o un investimento), né tanto meno per l’ambiente, sarebbe il caso di cominciare a ridurre progressivamente lo spazio che i media gli dedicano e che gli enti pubblici la smettessero di sostenere e finanziare manifestazioni motoristiche come i rallies, le gare di enduro e fuoristrada, privilegiando invece altri sport.

Esagero? Provate a cercare sul web i video che propongono motociclisti poco più che bambini, incitati dai loro genitori a devastare con derapate e sgommate quelli che erano o stavano per diventare dei bei prati fioriti e chiedetevi se ci sia qualcosa di più lontano, non dico dagli ideali e dalle speranze di Greta Thumberg, ma da quello che una persona di buon senso si dovrebbe aspettare per il futuro del nostro pianeta.

MARCO LEPRE

 

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