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Bandiere Legambiente: promossi Osais e l’allevatore De Prato, bocciati Regione e Cavazzo

Anche in Friuli Venezia Giulia così come nel resto dell’arco Alpino sono state attribuite le annuali bandiere Verdi e Nere di legambiente attraverso l’iniziativa della Carovana delle Alpi. Questi i promossi e bocciati di quest’anno:

Bandiera Verde a : Associazione AMICI DI OSAIS (Prato Carnico, UD)

Motivazione: Per la preziosa attività di manutenzione e cura del territorio e per la vittoriosa battaglia condotta in difesa delle acque della Val Pesarina

La Val Pesarina è una delle vallate più caratteristiche della Carnia, conosciuta anche come la “valle del tempo”, per la secolare tradizione nella costruzione di orologi da torre e perché qui nacque la fabbrica Solari, i cui teleindicatori riempirono le stazioni e gli aeroporti di mezzo mondo. Come accade nella maggior parte delle aree interne anche qui lo spopolamento, il progressivo invecchiamento della popolazione, la frammentazione della proprietà fondiaria ed il pendolarismo hanno determinando una situazione di squilibrio. A testimoniarlo ci sono il graduale ed inesorabile avanzamento del bosco, la riduzione dell’area prativa, un senso di trascuratezza ed abbandono del territorio, a cui le esigue risorse del Comune riescono difficilmente a fare fronte. In questo contesto nasce nel 1999 l’associazione Amici di Osais, che prende il nome da uno dei borghi più caratteristici della valle. “Ci siamo chiesti cosa possiamo fare per il nostro territorio e la nostra comunità – racconta uno dei promotori – perché, di certo, sarebbe più piacevole vivere in un ambiente curato, con i prati falciati, i sentieri praticabili come era un tempo. Abbiamo così deciso di rimboccarci le maniche e di dedicare parte del nostro tempo in azioni che ci consentano di migliorare il luogo in cui viviamo e che amiamo e, al contempo, di stare assieme, rafforzando quei rapporti che il vivere contemporaneo sta inesorabilmente sfilacciando”.

In questi quasi vent’anni di attività l’associazione ha operato non solo in campo culturale, ricreativo e di conservazione delle tradizioni, ma anche nella valorizzazione e tutela del territorio, puntando, in particolare, al ripristino ed alla manutenzione di sentieri e muretti a secco, al recupero dei prati abbandonati e alla difesa dei corsi d’acqua dallo sfruttamento idroelettrico. Tutte le iniziative sono state autofinanziate e realizzate grazie al lavoro di tanti volontari. La fitta rete di sentieri di fondovalle è stata per prima al centro dell’attenzione dei volontari. Un’altra conseguenza dell’abbandono delle attività tradizionali è il preoccupante accrescimento del numero di prati non falciati e delle terre incolte. L’associazione ha così effettuato un “censimento” dei terreni che si sarebbero potuti sottrarre all’abbandono. Dopo numerosi incontri con i proprietari si è optato per l’affidamento dello sfalcio degli appezzamenti ad un’azienda agricola, riuscendo a contemperare l’esigenza di pulizia e la necessità di fieno per il bestiame di quest’ultima.

Nella Valle è molto sentito anche il problema dello sfruttamento idroelettrico. Attualmente ci sono ben otto impianti operativi e tre rischiano di essere autorizzati. Un nutrito gruppo dell’Associazione Amici di Osais, appreso del deposito da parte di una società privata di una richiesta di concessione per un’ennesima derivazione, ha deciso così di costituirsi nel comitato spontaneo “Salviamo la Fuina”. L’obiettivo era quello di presentare delle “osservazioni” in opposizione al progetto e di cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica locale. Attraverso molteplici e fantasiose iniziative la battaglia ha ricevuto molta solidarietà, non solo nella valle, raccogliendo un numero consistente di adesioni. A febbraio del 2018 la Regione ha archiviato d’ufficio la pratica e così, lo scorso 3 giugno, la vittoria è stata festeggiata con una nuova e partecipatissima escursione lungo il Rio Fuina, che ha toccato anche quel meraviglioso esempio di inserimento nell’ambiente che sono gli stavoli di Orias.

FRIULI VENEZIA GIULIA

Bandiera Verde a ROBERTO DE PRATO e EDDA DE CRIGNIS

Motivazione: Per aver pagato di persona la segnalazione di illeciti alle autorità

Roberto ha 65 anni e non è un personaggio famoso, anche se molti, in tutto il Friuli, l’avranno incontrato in occasione di convegni e manifestazioni pubbliche, quando si presenta sulla sedia a rotelle con cui è costretto a muoversi, inalberando di solito un cartello o distribuendo volantini per denunciare la presenza di barriere architettoniche. Roberto è nato in Argentina, dove i suoi genitori, originari della Carnia, erano emigrati. Rientrato in Italia nel 1969, ha completato gli studi diplomandosi assistente edile e quasi subito ha iniziato a lavorare come aiuto topografo. Appassionato di montagna, pratica con quella che diventerà sua moglie, l’alpinismo e lo sci. Mentre si trova in Pakistan, dove l’impresa per la quale lavora sta costruendo una diga, contrae però una terribile malattia: la poliomielite a macchia di leopardo. Nonostante le cure e il periodo di riabilitazione, l’infezione gli compromette la muscolatura, limitandone i movimenti.

Roberto inizia così, quasi come terapia, ad appassionarsi all’allevamento dei cavalli e nello stesso tempo a coadiuvare la moglie Edda, che conduce un’azienda zootecnica sopra Ravascletto. Assieme hanno in gestione i pascoli di proprietà regionale posti tra il Monte Valsecca e il Cimon di Crasulina. Gli capita così spesso, in sella al quad che utilizza per gli spostamenti sulle strade di montagna, di osservare quanto accade alle quote più elevate. E gli “incontri” non sono sempre piacevoli ed amichevoli: bracconieri, motociclisti che praticano l’enduro o il trial sui sentieri a loro interdetti, imprese che non eseguono correttamente i lavori boschivi. Roberto ha un carattere irrequieto e non ama star zitto o fingere di non vedere e segnala così gli illeciti alle autorità: acquista così ben presto in paese la fama di “rompiscatole”. Riceve anche delle minacce e qualcuno arriva al punto di mettergli le mani addosso, niente però lascia intendere che si arrivi ad un’aggressione come quella che subisce il 13 agosto dello scorso anno.

Mentre si trova a 1800 metri di altitudine, fotografa un gruppo di motociclisti che scendono da una cima. Quando viene raggiunto, uno degli individui lo insulta e, prendendolo alle spalle, lo getta a terra. Si scoprirà, in seguito, che era uno degli organizzatori di una passata edizione della Motocavalcata delle Alpi Carniche. Roberto resta da solo, per lunghi trenta minuti, impossibilitato a muoversi e a chiamare i soccorsi, fino a quando arrivano in suo aiuto degli escursionisti sloveni e la moglie. Trasportato in ospedale con l’elicottero, non gli vengono fortunatamente riscontrate fratture, ma dopo successivi accertamenti, la ottimistica prognosi iniziale sale a una quarantina di giorni. Quello che fa più male a Roberto, però, più che le conseguenze fisiche della caduta, sono le ferite morali e l’isolamento che gli si crea attorno. Dopo che i carabinieri hanno avviato autonomamente le indagini per risalire ai responsabili, sui siti web degli appassionati di fuoristrada si scatena una campagna di ingiurie e minacce: c’è chi mette in dubbio la sua disabilità e chi dice che si meritava di peggio. Roberto scrive a Mattarella e si mette in contatto con Vincenzo Torti, il Presidente nazionale del CAI di cui è socio. La rivista Montagne360 dedica alla sua vicenda un bell’articolo nel numero di maggio. Anche noi, nel confermare a lui e alla moglie Edda la nostra piena solidarietà, vogliamo testimoniargli l’apprezzamento per l’impegno che ha messo e che continuerà a mettere nella segnalazione degli illeciti.

Bandiera Nera a REGIONE FRIULI VENEZIA GIULIA  e a TURISMO-FVG

Motivazione: Per le ”insostenibili” scelte di politica turistica in montagna

“I soggetti regionali devono adottare modelli turistici più sostenibili”. ”I prodotti turistici devono evolversi in prodotti esperienziali”. Dobbiamo diventare “una destinazione turistica SLOW”. Non lo abbiamo detto noi. Sta scritto, con tanto di caratteri maiuscoli, nel Piano del Turismo 2014-2018 della Regione Friuli Venezia Giulia. Date queste premesse e viste le dichiarazioni a favore di un “turismo lento, a stretto contatto con luoghi e comunità e in grado di leggere la cultura e le tradizioni di un territorio”, c’era da attendersi finalmente una “svolta” nella politica turistica per la nostra montagna, dopo anni di ingenti investimenti di risorse in piste e impianti di risalita, sempre più vanificati dai cambiamenti climatici.

Invece, cosa succede? Abbandonati, per la mancanza di garanzie finanziarie del partner austriaco, il progetto di funivia da Pontebba a Pramollo e la realizzazione di nuove piste sul  monte Madrizze (già bandiera nera di Legambiente nel 2016), viene portata a compimento un’opera pensata una decina di anni fa, nella piccola stazione turistica di Pradibosco, a 1100 metri di altitudine. La devastante nuova pista di discesa e la sciovia, del costo di circa 3 milioni di euro, avevano già sollevato fortissime perplessità all’interno della stessa Comunità Montana della Carnia e aperta contrarietà da parte della maggior parte della popolazione della vallata, che proponeva un diverso utilizzo dei fondi. L’iniziativa è andata avanti comunque: niente di nuovo ”sotto il sole”, verrebbe da dire. Novità, ma di segno tutt’altro che positivo, ci sono, invece, se passiamo dalle valli con problemi di innevamento alle cime più alte delle Alpi Giulie. Mentre agli scialpinisti è preclusa la risalita con le pelli di foca delle piste che incontrano nella parte inferiore dei loro itinerari, a Sella Nevea e nel Tarvisiano TurismoFVG organizza e promuove le discese freeride (fuoripista) con l’utilizzo degli elicotteri: una pratica, oltre che pericolosa, inaccettabile dal punto di vista ambientale. Coerentemente con queste scelte, il marchio della Regione e di PromoTurismo FVG compare su alcune delle manifestazioni estive più contestate, non solo dalle associazioni ambientaliste, ma dallo stesso Club Alpino. Ci riferiamo, ad esempio, alla “Motocavalcata delle Alpi Carniche” e al “MulaTrial delle Valli del Natisone”. Consentire, in deroga ai divieti previsti dalla legge, a qualche centinaio di appassionati di enduro e trial di scorrazzare liberamente su strade forestali, mulattiere e sentieri, con il rischio di imbattersi in ignari escursionisti saliti dalle città alla ricerca di aria pura, silenzi e con la speranza di ammirare la flora e la fauna alpina, non è esattamente una scelta intelligente. Cosa avranno pensato poi i ciclisti impegnati lo scorso 17 giugno nella durissima salita dello Zoncolan, dovendo respirare i gas di scarico emessi dai partecipanti alla Motocavalcata? Forse è il caso di spiegare ai responsabili di queste decisioni che, come diceva uno slogan di successo di un vecchio Carosello, “non è vero che tutto fa brodo!” Non si possono esaltare le “bellezze incontaminate” e promuovere nello stesso tempo tutto quello che le nega: inquinamento, rumore, maleducazione. Alla fine i turisti se ne accorgono e vanno giustamente altrove.

 

Bandiera Nera a : COMUNE di CAVAZZO CARNICO (UD)

Motivazione: Per le posizioni assunte in merito alla rinaturazione del Lago

La Valle del Lago è da tempo uno snodo fondamentale di importanti problematiche ambientali. Il Lago di Cavazzo o dei Tre Comuni ha subìto infatti le pesanti conseguenze dello sfruttamento idroelettrico attuato dalla SADE in montagna negli anni Cinquanta ed è costantemente al centro di richieste di derivazione a valle, per soddisfare le esigenze di irrigazione della pianura. Il suo equilibrio naturale, già gravemente sconvolto, rischia così di venire definitivamente compromesso. Da anni i Comitati che si battono in difesa del Lago sostengono la necessità di spostare il punto di immissione delle gelide acque della Centrale idroelettrica di Somplago – responsabili dell’inquinamento termico che ha portato alla scomparsa di gran parte della fauna ittica, del deposito di sedimenti e delle frequenti variazioni di livello – a valle del lago, dando la possibilità di riportare quest’ultimo alle condizioni originarie di bacino temperato. Tra gli studi e le indagini più significativi che negli ultimi tempi hanno arricchito il bagaglio di conoscenze scientifiche e dato concretezza all’ipotesi di realizzazione di un by-pass per lo scarico della centrale, ci sono quelli dell’ing. Dino Franzil e dell’Istituto di Scienze Marine (ISMAR) del CNR di Bologna, che avevamo già premiato con una bandiera verde nell’estate del 2017.

Nel corso degli ultimi mesi è stato fatto un importante passo avanti in questa direzione. Grazie all’interessamento di Consiglieri Regionali appartenenti a tutti gli schieramenti politici, la fattibilità tecnico-economica dell’intervento è stata presa seriamente in considerazione. In particolare, con l’approvazione della Legge 6 febbraio 2018 n. 3 (art. 11 – Disposizioni per il recupero della naturalità del lago dei Tre Comuni) si prevede che, in conformità al Piano Regionale di Tutela delle Acque, l’Amministrazione Regionale sia “autorizzata, anche in delegazione amministrativa alle UTI competenti per territorio o al Comune capofila, a indire un concorso di idee … per la predisposizione di un documento che contenga una valutazione di fattibilità di possibili azioni di mitigazione, anche finalizzato alla rinaturalizzazione e valorizzazione ambientale e turistica, comprensiva di una valutazione costi/benefici delle possibili alternative agli usi specifici esistenti”. Per dare attuazione a tale concorso di idee, il 5 aprile scorso, presso la sede della Regione, si è svolta una riunione indetta dall’Assessore all’Ambiente ed Energia. In tale sede il Comune di Cavazzo Carnico, rappresentato dal Sindaco e dal Vicesindaco, si è espresso – con grande stupore di tutti i presenti – contro l’ipotesi by-pass, sostenendo che di esso non si deve neanche parlare, poiché turberebbe il presente equilibrio, mentre lo scarico della centrale nel lago sarebbe fondamentale per mantenerlo in vita. Non sarà certo questa affermazione, definita dal geologo dell’ISMAR CNR di Bologna Luca Gasperini, in una recente conferenza stampa, utilizzando un’espressione un po’ più colorita, “un’autentica sciocchezza”, a fermare il processo avviato e ad allontanare l’opportunità offerta dalla Regione. Rimane il fatto che la posizione assunta dal Comune di Cavazzo è in assoluta discontinuità con quella assunta in passato da tutte le amministrazioni rivierasche e aiuta a capire la cocciutaggine con cui è sostenuto un progetto di centralina idroelettrica sulla rupe di Cesclans, in un sito ad alto rischio di crolli, tenuto sotto controllo fin dagli anni del terremoto. Produrre chilowatt – come i cittadini ben sanno – ha già portato abbastanza danni alla valle.