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A 50 anni dal terremoto, da Osoppo la sfida per il futuro: industria, lavoro ed energia al centro

Cinquant’anni dopo il terremoto del 1976, la lezione della ricostruzione del Friuli torna al centro del confronto sul futuro dell’industria, del lavoro e della competitività del territorio. Non per celebrare soltanto ciò che è stato, ma per interrogarsi su come quello stesso spirito possa essere tradotto nelle sfide di oggi: dalla crisi del potere d’acquisto alla transizione energetica, dalla sovranità tecnologica alla concorrenza asiatica, fino al calo demografico e all’intelligenza artificiale.

È stato questo il filo conduttore di “Prima le fabbriche. La forza di ricostruire, il coraggio di guardare al futuro”, il convegno organizzato dalla Regione Friuli Venezia Giulia e da Confindustria Udine nello stabilimento Fantoni di Osoppo, uno degli appuntamenti centrali del programma dedicato al cinquantesimo anniversario del sisma. Un incontro costruito attorno al ruolo determinante che il sistema produttivo ebbe nella rinascita del Friuli e alla scelta, allora tutt’altro che scontata, di rimettere in moto innanzitutto il lavoro e le fabbriche.

Una strategia riassunta nella formula divenuta simbolo della ricostruzione: “Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”. Dietro quella scelta non ci furono soltanto risorse straordinarie e strumenti normativi, ma la capacità di istituzioni, imprese, lavoratori, sindacati, amministratori, volontari e comunità locali di muoversi nella stessa direzione.

I numeri ricordati durante il convegno restituiscono la dimensione della devastazione. Il terremoto investì 372 aziende industriali, 3.367 attività commerciali e 2.623 imprese artigiane, provocando danni per oltre 153 miliardi di lire. Circa il 40% del sistema produttivo della provincia di Udine subì conseguenze tali da determinare l’interruzione completa dell’attività, coinvolgendo circa 20 mila lavoratori.

L’intervento di Fedriga

Ma è soprattutto l’analisi di lungo periodo a mostrare quanto la ricostruzione abbia inciso sulla traiettoria economica del Friuli. Lo studio della Banca d’Italia “L’impatto economico della ricostruzione”, presentato dall’economista Sauro Mocetti, evidenzia che, a vent’anni dal terremoto, il tasso di crescita del Pil pro capite risultava superiore di oltre 20 punti percentuali rispetto allo scenario che verosimilmente si sarebbe registrato in assenza del sisma. Alla ricostruzione si accompagnarono inoltre un miglioramento del capitale umano, civico e sociale e una trasformazione della struttura produttiva: nel breve periodo crebbero maggiormente le costruzioni, mentre nel lungo termine il manifatturiero mostrò una tenuta superiore rispetto alla media nazionale.

Il terremoto, dunque, non determinò una condanna economica permanente. Al contrario, la qualità delle istituzioni e delle scelte compiute nella fase della ricostruzione riuscì a trasformare una catastrofe in un acceleratore dello sviluppo.

Un processo che non si limitò al ripristino di quanto era stato distrutto. Tra i lasciti più importanti sono state ricordate le infrastrutture, dalla rete autostradale alla ferrovia, dalla logistica alla portualità, ma anche quelle che Eugenio Del Piero, già direttore di Confindustria Udine, ha definito infrastrutture “soft”. Prima fra tutte, l’Università di Udine, nata proprio dentro quella stagione di ricostruzione e di progettazione del futuro.

A cinquant’anni di distanza, il contesto è profondamente diverso ma altrettanto complesso. Il sistema produttivo deve confrontarsi con la post-globalizzazione, i conflitti internazionali, la crescente pressione dei prodotti asiatici, catene di fornitura più fragili, costi energetici elevati, declino demografico, frammentazione dei mercati e una doppia transizione, tecnologica e ambientale, alla quale si aggiunge la rapida diffusione dell’intelligenza artificiale.

Nel corso della giornata il confronto si è così spostato sulla necessità di rafforzare la sovranità tecnologica ed energetica dell’Occidente, in particolare in comparti strategici come microchip, batterie e terre rare, evitando che la tenuta industriale europea possa dipendere da decisioni unilaterali di Paesi terzi.

Spazio anche al dibattito sulla transizione ecologica, sulle infrastrutture logistiche, produttive ed energetiche e sulla necessità di superare i veti ideologici che rischiano di rallentare investimenti considerati essenziali per la competitività. Nel confronto è rientrato anche il tema del nucleare.

Gli assessori Zilli e Riccardi con Giovanni Fantoni

Un altro capitolo ha riguardato la capacità di affrontare le emergenze. Alla tavola rotonda sulla scelta strategica della ricostruzione industriale hanno partecipato l’assessore regionale alla Salute e Protezione civile Riccardo Riccardi, Antonio Gozzi, special advisor di Confindustria per l’Autonomia strategica europea, il Piano Mattei e la Competitività, e Sauro Mocetti.

Riccardi ha richiamato la necessità di adeguare il sistema normativo alla velocità con cui cambiano bisogni ed emergenze. Dal 2018 a oggi sono state gestite sette emergenze nazionali, con circa 3.500 opere portate a termine e un miliardo di euro di investimenti. Tra le sfide per il futuro ha indicato la tutela dei volontari della Protezione civile e il ricambio generazionale, da costruire attraverso un maggiore coinvolgimento delle scuole.

Moderato dal giornalista del Gruppo Nem Marco Panara, il convegno si era aperto con l’intervento del presidente di Confindustria Udine Luigino Pozzo, preceduto dai saluti del sindaco di Osoppo Lorenzo Tiepolo, di Roberto Revelant, presidente dell’Assemblea dei sindaci dell’ambito territoriale del Gemonese e del Canal del Ferro-Val Canale, dell’assessore regionale Barbara Zilli, del presidente di Confindustria Piccola Industria Fausto Bianchi e, in videocollegamento, del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso.

La mattinata è stata arricchita dalle testimonianze degli imprenditori friulani protagonisti della ricostruzione, tra cui Carlo Burgi, Rino Snaidero, ricordato dal figlio Edi, e Andrea Pittini, la cui esperienza è stata commentata da Eugenio Del Piero. Dopo la presentazione dello studio della Banca d’Italia, spazio anche al confronto con Daniele Franco, già ministro dell’Economia e delle Finanze e direttore generale della Banca d’Italia, oggi direttore scientifico della Fondazione Cini. Gli interventi conclusivi sono stati affidati al presidente della Regione Massimiliano Fedriga e al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, collegato da remoto.

LE DICHIARAZIONI

“Il decentramento funziona se trova amministrazioni capaci, regole chiare e risultati misurabili. Dove queste condizioni mancano, il trasferimento delle funzioni rischia di ampliare i divari. E’ questo l’esercizio di equilibrio che stiamo portando avanti con l’autonomia differenziata. Dopo le precisazioni della Corte costituzionale si sta concludendo il procedimento di approvazioni delle intese con le regioni capofila”. Lo ha detto il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenendo in videocollegamento al convegno “Prima le fabbriche”, in occasione dei 50 anni del terremoto del Friuli. “Allo stesso tempo stiamo portando avanti la definizione dei livelli essenziali di prestazione che contribuiscono al completamento del quadro giuridico dell’autonomia differenziata”, ha proseguito il ministro. Per il quale “l’obiettivo è l’introduzione a ogni livello di governo del principio di responsabilità che è fonte di efficienza e di risparmio di spesa”.

«Serve un grande Patto di corresponsabilità. Confindustria Udine vuole esserci, oggi come allora, non soltanto come voce degli industriali, ma come soggetto capace di proporre, mettere insieme e costruire una visione comune per il futuro del territorio», ha affermato Luigino Pozzo. «Cinquant’anni fa il Friuli dimostrò che una comunità unita può essere più forte di qualsiasi terremoto. Da quella straordinaria capacità di reagire e di fare sistema nacque il Modello Friuli».

Il presidente di Confindustria Udine ha ricordato come allora non si fosse scelto semplicemente di tornare alla situazione precedente al sisma: «Non resistere per tornare al punto di partenza, ma resistere per andare più avanti. Cinquant’anni dopo siamo nuovamente di fronte a un passaggio epocale. Non è un terremoto della terra, ma un terremoto della storia economica». E la lezione del 1976, ha aggiunto, resta quella di trasformare le difficoltà in opportunità attraverso «un sistema forte, coeso e capace di guardare oltre l’emergenza».

Sul presente si è concentrato Massimiliano Fedriga, che ha rilanciato la proposta di un nuovo strumento condiviso: «Servirebbe un libro bianco del lavoro, dove istituzioni, parte datoriale e parte sociale mettano ciascuna un po’ di sé senza barricate difensive, perché penso che sia l’unico modo per garantire che questo Paese possa avere una prospettiva». Il governatore ha richiamato in particolare la questione dei salari e dei consumi: «Come Paese abbiamo un gravissimo problema del potere d’acquisto dei cittadini».

Fedriga ha inoltre indicato come priorità il rafforzamento dell’autonomia tecnologica ed energetica occidentale e un ripensamento dell’approccio europeo alla transizione ecologica, affinché gli obiettivi ambientali non finiscano per tradursi in una perdita di competitività a favore delle economie extraeuropee.

«Il terremoto del ’76 è stato un acceleratore economico e sociale che ha permesso una profonda apertura culturale all’impresa e all’innovazione», ha sottolineato l’assessore regionale alle Finanze Barbara Zilli. «Quel Modello Friuli, diventato un vero e proprio miracolo, poggia la sua forza sul culto del lavoro che i friulani hanno nel proprio dna e su una corale e non scontata solidarietà internazionale».

«Oggi, a 50 anni dal sisma, guardiamo al futuro forti di un’economia solida perché qui la competenza viene prima della quantità e la preparazione prima dell’improvvisazione – ha aggiunto Zilli –. Da figlia della ricostruzione credo che i momenti di crisi siano occasioni per costruire e migliorarsi, mantenendo salda la continua alleanza tra il mondo dell’impresa e le istituzioni».

Infine Riccardo Riccardi ha richiamato il valore delle decisioni capaci di guardare oltre l’immediato: «L’elemento chiave della resilienza risiede nella grande capacità di assumere decisioni che non proiettano un risultato immediato per il giorno dopo, ma lo costruiscono nel tempo».

Per il futuro della Protezione civile, l’assessore ha indicato due fronti: «Dobbiamo riuscire a definire un percorso che, dalla Regione al Parlamento e al Governo, veda tutte le forze politiche impegnate a delineare un sistema di sicurezza per i volontari». E quindi il coinvolgimento dei giovani: «Non è vero che le nuove generazioni non siano interessate a far parte di questa esperienza: sta a noi fare grandi piani di investimento a partire dalle scuole, in modo che possano raccogliere e consegnare un testimone fondamentale».