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Paolo Aita, campione del mondo e maestro della caccia: il ricordo dell’amico Renzo Pasut

La scomparsa di Paolo Aita  – i cui funerali si terranno oggi, venerdì 28 agosto alle 10 nel Duomo di Tolmezzo – lascia un vuoto profondo nel mondo della cinofilia venatoria e tra quanti hanno condiviso con lui anni di gare, caccia e amicizia. A ricordarlo, a tre giorni dalla morte, è Renzo Pasut, amico e compagno di tante avventure sportive, con il quale Aita conquistò nel 1990 a Valladolid, in Spagna, il titolo di campione del mondo a squadre (nella foto da sinistra Renzo Pasut, Guido Lapi, Paolo Aita, Silo Miatton).

Quella fu soltanto una delle tappe di una carriera straordinaria. Aita conquistò anche il titolo mondiale individuale e successivamente altri due campionati del mondo nelle gare con cane da ferma, sempre accompagnato dal suo inseparabile Alì, oltre a numerosi titoli italiani, molti dei quali vissuti fianco a fianco con Pasut.

«Sono passati due giorni da quando mi hanno avvisato della tua dipartita – racconta Pasut – e ho continuato a pensare alle tante cose che abbiamo fatto insieme: gli allenamenti con i nostri cani, le selezioni, i campionati in Italia e all’estero e le tante belle giornate di caccia trascorse fianco a fianco».

La loro grande avventura agonistica cominciò nel 1988, quando fu proprio Aita a convincere l’amico a partecipare alle selezioni per il Campionato del Mondo Sant’Uberto. Seguirono Francia 1988, Ungheria 1989, Spagna 1990 e numerose edizioni dei Campionati italiani.

Un rapporto fatto anche di sana competizione. Nel 1989, a Potenza, Pasut riuscì a conquistare il Campionato Italiano davanti al suo maestro. «L’allievo superò, almeno momentaneamente, il maestro – ricorda –. Tu ne eri felice e orgoglioso quanto me. Era il nostro modo di vivere quella passione: con amicizia, lealtà e una sana competizione».

Il ricordo più intenso resta però quello del Mondiale di Valladolid del 1990. Pasut aveva concluso secondo nella propria batteria, mentre Aita aveva vinto la sua, conquistando l’accesso al barrage a tre per il titolo individuale.

Era ormai tardo pomeriggio. Lo spagnolo e il francese avevano abbattuto una pernice ciascuno. Aita era l’ultimo a scendere in campo e il sole era ormai tramontato.

Alì lavorava bene, poi improvvisamente superò una collina e scomparve alla vista. Il tempo scorreva e il cane non rientrava. Per chi lo conosceva, quella poteva significare soltanto una cosa: era in ferma.

Aita decise allora di utilizzare quel particolare fischio che Alì conosceva perfettamente, un richiamo che significava quasi: “Anche se sei in ferma, vieni a farti vedere”. Il cane uscì da un incolto molto alto, raggiunse il suo conduttore e, invitato a riprendere l’azione, tornò esattamente sui propri passi, fermandosi nuovamente.

Questa volta tutti riuscirono a vederlo.

Aita si avvicinò, fece concludere l’azione e la pernice si alzò in volo. Alì, come era abituato a fare, si sedette. Aita colpì il selvatico e ordinò immediatamente il riporto. Ormai era quasi buio.

Il cane recuperò la pernice, la riportò alla mano e si sedette davanti al suo padrone.

«Fu un’ovazione – ricorda Pasut –. In quel momento non c’era soltanto un cane che aveva eseguito perfettamente il proprio lavoro: c’era un grande connubio tra cane e cacciatore, costruito sulla conoscenza, sulla fiducia e sulla complicità».

Era fatta. Paolo Aita diventava campione del mondo individuale e, insieme a Pasut, conquistava anche il titolo mondiale a squadre.

Un altro momento indimenticabile arrivò nel novembre 1991 a Campobasso, in occasione dei Campionati italiani individuali, a squadre e femminili. La rappresentativa della Federcaccia del Friuli Venezia Giulia ottenne un risultato straordinario: Aita, Pasut, Giacomo Ridolfi e Diego Paschetto conquistarono il titolo a squadre, Aita si impose anche nella prova individuale e la professoressa Ida Salierno vinse il Campionato femminile.

«Eri il nostro capitano – sottolinea Pasut –. Un eccellente organizzatore in regione e un ottimo capitano in trasferta. Grazie a te la rappresentativa FIDC del Friuli Venezia Giulia era considerata e rispettata ovunque andasse».

Ma al di là delle medaglie e dei titoli, ciò che resta è soprattutto il rapporto umano.

«Paolo, per me sei stato molto più di un compagno di gare. Sei stato un grande uomo, un grande amico e un grande maestro. Porterò sempre con me i ricordi delle nostre avventure, delle nostre vittorie, delle giornate trascorse insieme e, soprattutto, della nostra amicizia».

Poi l’ultimo saluto, semplice e profondamente friulano:

«Grazie di tutto, Paolo. Mandi».