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Mattarella e Meloni a Gemona omaggiano la gente friulana

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha deposto una corona di fiori al monumento per le vittime del terremoto del 1976 nel cimitero di Gemona del Friuli. Dopo una breve cerimonia in cui è stato anche osservato un minuto di silenzio con le note del “silenzio”, e un applauso da parte della piccola folla presente, Mattarella insieme con la premier Giorgia Meloni, il presidente della Regione Fvg Massimiliano Fedriga e il sindaco di Gemona, Roberto Revelant, si sono recari al teatro Sociale per la seduta straordinaria del Consiglio Regionale, aperta dalla Fanfara della Julia.
Ha aperto Mauro Bordin, il quale ha ricordato ANCHE il “caso Preone” parlando di Protezione Civile. Il sindaco Roberto Revelant ha manifestato gratitudine per la presenza delle massime cariche dello stato. Massimiliano Fedriga ha sottolineato la forza e l’orgoglio della gente friulana.
La premier Giorgia Meloni ha detto: “Dopo il sisma del 1976, i friulani riuscirono a trasformare una tragedia in modello per l’Italia intera, il modello Friuli, il miglior modello di ricostruzione che l’Italia abbia riconosciuto fino ad oggi. Dopo quella calamità dalla forza mai vista prima, che fermò la vita di quasi mille persone, distrusse città, borghi, frantumò pietre millenarie, in molti nel bio di quella notte pensarono che dalle viscere di quelle montagne si fosse risvegliato il leggendario Orcolat, lasciando dietro di sè morte e distruzione. Alla furia di quella scossa seguì un silenzio irreale. Eppure il tempo della paura e del dolore fu breve, perché ci fu un altro sentimento che immediatamente si fece largo nel cuore dei friulani: l’orgoglio, l’orgoglio dell’appartenenza, della volontà, della determinazione: non c’era tempo per piangere, per commiserarsi, bisognava agire, reagire”.
Ultimo a prendere la parola il presidente Mattarella: “on bisogna limitarsi alla mitigazione degli effetti delle catstrofi naturali ma bisogna, per quanto possibile, prevenirli. Le popolazioni friulane seppero rispondere con determinazione e grande energia. Viene da pensare che il concetto di resilienza trovi qui la sua radice. Fu il Friuli a prevalere sulla distruzione con la tenacia con l’impegno. I borghi vennero ricostruiti dove erano e come erano”, ha detto ancora il presidente della Repubblica.

IL DISCORSO INTEGRALE DI MATTARELLA

“Abbiamo visto nel filmato, poc’anzi, e ascoltato nelle parole fin qui espresse, il quadro che si è verificato cinquant’anni or sono, quelli trascorsi dalla tragica sera del 6 maggio, quando questa Regione fu devastata da un terremoto – come è stato detto – di una violenza inimmaginabile, la più forte del secolo, per il nostro Paese. La tremenda scossa iniziale si prolungò per sessanta interminabili secondi, come molti qui ricorderanno. Dalla media valle del Tagliamento si irradiò, in modo distruttivo, un moto che investì oltre cento Comuni delle province di Udine e Pordenone, seminando morte, abbattendo case e fabbriche, radendo al suolo vaste parti degli abitati di Gemona, Forgaria, Osoppo, Venzone, Majano, Trasaghis, Tarcento e ancora di altri centri e frazioni. Come è stato ricordato – e non posso non sottolinearlo anch’io – quasi mille le vite improvvisamente falciate. La morte, le grida soffocate, le macerie entrarono nella testa e nel cuore e si conficcarono negli animi. Il lutto raggiunse ogni famiglia. Come nella guerra. E delle guerre del Novecento qui si aveva memoria viva, incisa nei luoghi, nelle montagne. Nel racconto degli anziani sopravvissuti. Quelli che non erano emigrati, che avevano sopportato difficoltà, anche ristrettezze, per continuare a vivere vicino alle proprie radici. Oltre centomila persone rimasero senza un tetto, quella notte.  Chi ha vissuto quel dolore – molti qui presenti – chi ha memoria diretta di quei giorni di terrore e disperazione, chi ha preso parte, da bambino o già da adulto, al lungo, faticoso, cammino della ricostruzione, sa bene che non stiamo facendo memoria di un avvenimento qualsiasi, bensì di un evento che ha segnato la storia di questi territori e di queste comunità. E dell’intera Italia. Ne hanno piena consapevolezza anche i friulani nati dopo il sisma del 1976. A quella stagione, a quegli anni, a quel contesto di desolazione e di preoccupazione, le dirigenze dell’epoca, le popolazioni – come è stato già sottolineato da chi è intervenuto: dal Presidente del Consiglio, dal Presidente della Regione, dal Sindaco, dal Presidente del Consiglio regionale – hanno opposto determinazione e grande energia, quella di una volontà di vita che ricomincia, attingendo al seme della cultura e del carattere della gente friulana. Viene da pensare che il concetto di resilienza trovi qui, in questa terra, la sua radice. Dal modo con il quale i friulani hanno reagito all’”Orcolat”, che quella sera, e poi di nuovo nel settembre successivo, sembrò schiacciare il futuro. Fu il Friuli a prevalere sulla distruzione e sullo scoramento. Con la tenacia, con il lavoro, con l’impegno delle comunità. Quei comuni, Gemona, Forgaria, Osoppo, Venzone, Majano, Trasaghis, Tarcento e gli altri borghi vennero ricostruiti – come abbiamo più volte detto questa sera – “dov’erano, com’erano”. Esempio di testimonianza del valore della stratificazione storica dei nostri centri abitati per l’identità degli italiani e delle loro comunità. Ricominciarono, e furono protagonisti dei tempi nuovi. La forza interiore dalla gente friulana incontrò la straordinaria solidarietà di tutti gli italiani. E la presenza concomitante, oggi, del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio rinnova quel sentimento. Anzitutto, dalle primissime ore dopo la scossa più devastante, vi fu la mobilitazione generosa dei militari dell’Esercito e dei Vigili del fuoco. La dedizione di tanti uomini in divisa, e le loro forze spese fino all’ultimo grammo di energia hanno salvato vite, curato feriti, contribuito a infondere fiducia e coraggio. Un senso di fraternità che espressero anche tanti giovani, accorsi per prestare aiuto nei paesi e nelle campagne di un territorio che i più neppure conoscevano. Il nostro Paese conserva formidabili risorse morali di umanità e senso di unità, che sa esprimere nei momenti più difficili, prezioso patrimonio sociale e civile. È accaduto in Friuli. Era già accaduto prima altrove. E questa storia generosa si è sovente riproposta. Come è stato ricordato, dopo le scosse di maggio, nel settembre di quel 1976 un nuovo durissimo colpo azzerò parte del lavoro fatto in estate. Ma le comunità colpite non se ne fecero travolgere. Lo esprime un bel detto friulano, molto noto – che io non ripeto per rispetto della pronuncia della lingua friulana. Il senso di quel detto è che la devastazione materiale non ha neppure scalfito la roccia, vale a dire la tenacia, la profonda identità delle genti friulane. La rete delle autonomie locali, forme di democrazia partecipativa vissuta con orgoglio, un rapporto nuovo con le istituzioni nazionali, hanno contribuito a costruire quel che poi è stato chiamato “modello Friuli”. Ricordo anch’io il commissario straordinario Giuseppe Zamberletti: dieci anni fa, in occasione del quarantesimo anniversario, era qui tra noi e desidero – ripeto – ricordarne la figura con riconoscenza.  Si trovò a sperimentare in questo contesto inedito, e in una situazione di profonde difficoltà, una modalità nuova di relazione tra apparati pubblici, rappresentanze locali e forze sociali. Quel lavoro – come è stato poc’anzi sottolineato dal Presidente del Consiglio – ha lasciato all’Italia un’eredità preziosa, premessa per la costituzione della Protezione civile italiana. Modello apprezzato ovunque. Non soltanto servizio nazionale dotato di strumenti e professionalità progressivamente sempre più elevati, ma rete operativa con gli enti locali e con il volontariato, con l’obiettivo anche della prevenzione come compito distinto dalle attività emergenziali di soccorso. Di fronte alle sfide della natura, non limitarsi, quindi, alla mitigazione degli effetti delle calamità ma, per quanto possibile, prevenirle con azioni attente agli equilibri degli eco-sistemi e a quanto realizzato nei secoli dall’uomo nel trasformare i territori. Sono tante le persone che meriterebbero di essere ricordate in questa occasione. Per quel che hanno fatto e per il percorso che sono state capaci di aprire. Accanto a Zamberletti, per tutte ricordo anch’io il Presidente della Regione di allora, Antonio Comelli, e il suo successore, Adriano Biasutti. Possiamo collocarli, in maniera emblematica ma concreta, all’inizio e alla conclusione del percorso di ricostruzione. I buoni risultati della ricostruzione sono diventati elementi propulsivi dello sviluppo economico e sociale dei decenni successivi. L’economia del Nord-est, nel suo complesso, agevolata anche dal suo essere più inserita nelle vie di comunicazione verso il centro del Continente, ha avuto nel Friuli uno dei suoi motori più attivi e determinanti. Queste terre ferite, nel 1976, hanno conquistato un ruolo di rilievo. Quel che ha fatto seguito alla tragedia di cinquant’anni or sono conferma che il futuro dipende da noi, che l’esito della storia non è mai scontato ma è affidato alla responsabilità e alle scelte di persone e comunità. Un insegnamento qui manifestato, in Friuli, che vale sempre. Anche oggi, di fronte alle guerre, agli squilibri crescenti nel mondo, alle volontà di sopraffazione. Ricorrono, in questo 2026, centosessant’anni dalla riunione all’Italia del Veneto e dello storico territorio del Friuli. Anni in cui le virtù patriottiche di queste contrade tanto hanno offerto al nostro Paese.  Nell’ottantesimo anniversario del voto che volle la Repubblica e diede origine alla sua Costituzione, oggi qui a Gemona, nella solenne cornice del Consiglio regionale,  insieme agli amministratori locali, insieme ai rappresentanti delle istituzioni, del volontariato, in una terra e di fronte a un popolo capace di affrontare le avversità, di rialzarsi, ribadiamo – in un momento di memoria e di impegno – il Patto di non lasciarci fuorviare nel cammino di progresso, nell’affermazione dei valori di solidarietà e di coesione, che qui sono stati, in maniera esemplare, vissuti e realizzati”.

COMUNICATO STAMPA GIUNTA REGIONALE

“Questa giornata non è solo memoria, ma un’occasione per disegnare il nostro futuro ricordando i valori di quella lezione: riaffermiamo un modello politico e istituzionale che ancora oggi rappresenta una bussola per affrontare le emergenze contemporanee. Il terremoto del Friuli, infatti, non fu soltanto una tragedia naturale, ma anche prova di verità per la politica, per le istituzioni e per una classe dirigente chiamata ad assumersi responsabilità straordinarie in condizioni straordinarie”.
Lo ha detto oggi al Teatro sociale di Gemona del Friuli il governatore Massimiliano Fedriga in occasione del Consiglio regionale straordinario per il 50° anniversario del terremoto del Friuli che ha visto la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, oltre che dei ministri Giancarlo Giorgetti (Economia a finanze) e Luca Ciriani (Rapporti con il Parlamento) e del presidente del Consiglio regionale Mauro Bordin.
Come ha spiegato il massimo rappresentante della Giunta regionale, il “Modello Friuli” è stato infatti il frutto di una catena istituzionale esemplare che ha unito Stato, Regione e Comuni in un coinvolgimento corale di tutte le principali istituzioni.
“In questo contesto – ha sottolineato Fedriga – la città di Gemona è il palcoscenico naturale di questa testimonianza, che ha visto il riflesso di quella gerarchia morale che ha guidato i nostri padri: prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”.
Come ha ricordato il governatore, fu una scelta politica precisa, fortemente voluta da quella classe dirigente: garantire subito il lavoro per evitare l’esodo, consentire alle persone di restare nei propri territori, ricostruire comunità vive. Si trattò di una vera e propria una visione di sviluppo che coniugava ricostruzione e futuro, dalle aree produttive alle infrastrutture viarie e portuali, dentro una visione unitaria del Friuli Venezia Giulia come regione moderna, aperta e trainante per l’economia nazionale.
“È proprio questo – ha concluso Fedriga – il punto politico che dobbiamo difendere ancora oggi: l’autonomia intesa come responsabilità e come capacità di decidere in prossimità dei territori. L’obiettivo non è concentrare il potere, bensì distribuire responsabilità, evitando di allontanare i processi decisionali per costruirli, invece, insieme”.
Al termine della seduta del Consiglio regionale il governatore Fedriga ha accompagnato il Presidente Mattarella alla Mostra “Friuli 1976 una gran voglia di vivere – Nel segno del Messaggero Veneto” allestita a Palazzo Elti e organizzata in occasione degli 80 anni di fondazione del quotidiano.

COMUNICATO STAMPA CONSIGLIO REGIONALE

Erano le 21:06 del 6 maggio 1976 quando la terra friulana tremò per novantasei secondi che cambiarono tutto. Quasi mille morti, oltre tremila feriti, una regione intera in ginocchio. Cinquant’anni dopo, Gemona del Friuli, uno dei borghi più colpiti all’epoca dei fatti, ha accolto nel cinema teatro Sociale il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia riunito in seduta straordinaria per non dimenticare.
“Il mezzo secolo trascorso dall’Orcolat non ha cancellato il dolore, ma lo ha trasformato in consapevolezza, responsabilità e forza collettiva”, ha detto il presidente del Consiglio regionale, Mauro Bordin, in apertura dei lavori, sottolineando il valore della seduta solenne ospitata nel “luogo simbolo della memoria e dell’identità friulana”, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, del governatore Fvg, Massimiliano Fedriga, della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, di sindaci e autorità.
“Da quella drammatica esperienza – ha evidenziato Bordin – giunsero risultati concreti e duraturi. I figli del terremoto hanno dato origine a modelli organizzativi e istituzionali fondamentali per il nostro Paese. Penso alla nascita dell’Università degli Studi di Udine, che rappresenta uno dei segni più significativi del riscatto del Friuli: un investimento sul sapere, sulla formazione e sul futuro. E penso, a maggior ragione, alla Protezione Civile italiana che, proprio grazie a quell’esperienza, si è strutturata fino a diventare un punto di riferimento imprescindibile nella gestione delle emergenze. Una vera eccellenza che, dopo i recenti fatti di Preone, viene però pesantemente messa in discussione da normative evidentemente bisognose di un’attenta, rapida e puntuale riflessione da parte di tutti. Perché sindaci e volontari, per essere in grado di aiutare, devono essere a loro volta tutelati”.
Nel suo intervento, il massimo esponente dell’Assemblea legislativa del Fvg ha ricordato il 6 maggio 1976 come “una data incisa nella coscienza collettiva, capace di segnare un prima e un dopo nella storia morale e civile del Friuli che si trovò improvvisamente in ginocchio, tra macerie, lutti e disperazione”. “Ma proprio in quel momento così drammatico – ha sottolineato Bordin -, prese forma una volontà condivisa di rinascita, una determinazione che seppe trasformare la distruzione in ricostruzione, non solo materiale ma anche culturale, civile ed economica. Valori che vanno custoditi e tramandati”.
Ampio spazio è stato dedicato alla gratitudine verso quanti, dall’Italia e dal mondo, contribuirono ai soccorsi e alla ricostruzione. Bordin ha rivolto “un ringraziamento allo Stato, alle forze armate, ai vigili del fuoco, alle Regioni, alla Caritas, alla Croce rossa, agli alpini, ai volontari e alle comunità friulane all’estero”. Un pensiero particolare è andato “ai Fogolârs sparsi nei cinque continenti e che, dal Canada all’Argentina, dagli Stati Uniti all’Australia, seppero raccogliere risorse, energie e speranza per sostenere la rinascita del Friuli”.
Ricordate anche le figure istituzionali che ebbero all’epoca un ruolo decisivo nella gestione dell’emergenza e nella ricostruzione: il presidente del Consiglio Aldo Moro, il ministro Francesco Cossiga, il commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, il generale Mario Rossi, il prefetto Domenico Spaziante e il presidente della Regione, Antonio Comelli. “Decisiva – ha sottolineato il massimo esponente dell’Assemblea del Fvg – fu la scelta di delegare ai Comuni funzioni e poteri, restituendo centralità ai territori e mettendo i sindaci nelle condizioni di intervenire tempestivamente”.
Il presidente del Cr ha poi menzionato “il ruolo della Chiesa friulana, a partire dall’arcivescovo Alfredo Battisti e dai tanti sacerdoti impegnati in prima linea, così come quello dell’informazione che, con umanità e rispetto, garantì una presenza costante rivelatasi un contributo prezioso”.
Bordin ha, infine, ribadito il valore dell’Autonomia speciale del Friuli Venezia Giulia, definendola “non un punto di arrivo, ma una scelta quotidiana, un impegno concreto al servizio del bene comune”.
“Questa terra ha saputo rialzarsi perche ha saputo essere una comunità coesa, solidale, capace di riconoscersi nei propri valori, che, pur nelle differenze, ha saputo trovare unità e condivisione, trasformando la diversità in ricchezza e la memoria in guida. É questo il modello Friuli: un modello di responsabilità diffusa, di partecipazione, di fiducia nelle istituzioni e, soprattutto, nelle persone. Per questo – ha concluso il presidente del Cr -, oggi, nel ricordare, sento il dovere di dire grazie. Grazie a tutti coloro che si sono adoperati allora e a quanti continuano, ogni giorno, a rendere vivo questo spirito”.

IL VIDEO DEL CONSIGLIO REGIONALE A GEMONA