CarniaPrimo piano

Il figlio del sindaco di Preone lascia la Protezione Civile: «Così il volontariato non ha più senso»

“Ritengo che l’esperienza del volontariato di Protezione civile non abbia più ragione di esistere”. Comincia così la lettera di dimissioni dalla Protezione civile di Preone inviata da Paolo Martinis al padre Andrea, sindaco del paese, condannato in primo grado assieme al coordinatore comunale Renato Valent per la morte del volontario Giuseppe De Paoli. Un testo duro, sofferto, che nasce da una ferita personale ma che allarga subito lo sguardo oltre il caso giudiziario, trasformandosi in una denuncia aperta contro un sistema che, secondo l’autore, rischia di svuotare di significato l’esperienza stessa del volontariato.

Paolo Martinis

Paolo Martinis precisa fin dall’inizio il perimetro da cui prende forma il suo intervento. Non scrive soltanto come figlio del sindaco coinvolto nella vicenda o come persona vicina ai condannati. Scrive, soprattutto, come volontario, consigliere comunale, ex presidente di un’associazione di volontariato e ingegnere civile. A 43 anni e con 25 anni di esperienza nel volontariato, affida alla lettera un ragionamento che vuole avere insieme un peso umano, civico e tecnico.

Il testo assume i toni di un vero e proprio atto d’accusa verso il sistema. “E’ divenuto impossibile – si legge – approcciarsi alle attività da svolgere con il cruccio che siano poi interpretate come ‘ad alto contenuto specialistico o ad alto rischio’ da parte di uffici che ho visto essere scollegati con la realtà, il cui esclusivo scopo è quello di comminare sanzioni se e quando dovesse accadere una fatalità”. Parole che fotografano il senso di sfiducia e amarezza maturato dopo la sentenza e che chiamano in causa la distanza, percepita come ormai insanabile, tra chi opera sul campo e chi valuta le responsabilità quando accade un dramma.

Martinis ripercorre anche la propria esperienza diretta di volontario, dagli incendi boschivi fino alla pulizia dei bastioni di Palmanova, per rivendicare il valore concreto di un impegno costruito negli anni con spirito di servizio e assunzione di responsabilità. “Oggi scopro – prosegue – che l’apporto personale di conoscenze ed esperienze portato da un volontario non conta nulla e che, secondo l’accusa e la legge, abbiamo sempre sbagliato: avremmo dovuto lasciar fare ai ‘professionisti’”. È uno dei passaggi più forti della lettera, perché mette in discussione non solo l’esito della vicenda processuale, ma il senso stesso di un modello che per decenni ha visto cittadini comuni mettere a disposizione tempo, competenze ed energie per la sicurezza collettiva.

Il punto sollevato da Martinis tocca un nervo scoperto in Friuli Venezia Giulia, dove la Protezione civile rappresenta da anni un modello riconosciuto a livello nazionale ed europeo. Un sistema fondato sull’impegno di migliaia di volontari, sulla formazione e su una cultura diffusa della solidarietà, che affonda le sue radici anche nella memoria del terremoto del 1976. Non a caso, nella lettera emerge tutta l’amarezza per il fatto che questa riflessione arrivi proprio nell’anno del cinquantesimo anniversario del sisma, una ricorrenza che avrebbe dovuto essere occasione di coinvolgimento e trasmissione di valori alle nuove generazioni.

“E’ amaro constatare – continua Martinis – che tale consapevolezza sia arrivata in occasione dei 50 anni dal Terremoto, che avrebbe potuto coinvolgere le giovani generazioni”. Da qui prende forma una riflessione ancora più ampia sul futuro del volontariato. “Che senso avrebbe invitarli a donare il loro tempo quando, se tutto va bene, non potrebbero fare nulla di concreto o, se tutto va male, sarebbero probabilmente chiamati a rispondere per l’infortunio di un collega volontario anche se hanno operato con l’ordinaria diligenza?”. Un interrogativo che pesa come un monito e che restituisce la preoccupazione per un possibile effetto dissuasivo nei confronti di chi vorrebbe avvicinarsi a questa esperienza.

La conclusione della lettera è altrettanto netta: “E’ il preludio – conclude il figlio del sindaco condannato – alla fine non solo del volontariato di Protezione Civile, ma del volontariato in generale”. Un’affermazione drastica, che fotografa il livello di tensione e di disillusione cresciuto dopo la condanna e che dà il senso di quanto il caso di Preone stia scuotendo non soltanto una comunità, ma l’intero mondo del volontariato locale.

LA POSIZIONE DEI SINDACI DEL FRIULI ORIENTALE

Su questa linea si inserisce anche la presa di posizione dei sindaci della Comunità del Friuli Orientale, che hanno espresso “profonda vicinanza alla famiglia del volontario tragicamente scomparso durante un’attività di Protezione Civile” e, allo stesso tempo, “solidarietà al Sindaco di Preone e al Coordinatore del Gruppo Comunale coinvolti nella recente sentenza”. Una posizione che prova a tenere insieme il dolore per la perdita di Giuseppe De Paoli e la forte preoccupazione per le implicazioni che la vicenda può avere sul piano amministrativo, normativo e operativo.

Secondo i sindaci, quanto accaduto impone “una riflessione seria e non più rinviabile sul quadro normativo e sulle responsabilità in capo agli amministratori locali e ai coordinatori delle attività di Protezione Civile”. Nel documento si ricorda come la Protezione civile del Friuli Venezia Giulia rappresenti “da decenni un modello riconosciuto a livello nazionale ed europeo, fondato sull’impegno, la formazione e lo spirito di servizio di migliaia di volontari”. Un patrimonio umano e organizzativo che, secondo gli amministratori, “non può essere messo in discussione da un sistema che rischia di attribuire responsabilità penali anche in presenza di attività svolte nel rispetto delle procedure, delle dotazioni e della formazione previste”.

Il nodo, osservano ancora i sindaci, è che “non esistono attività operative completamente prive di rischio”. Intervenire per la sicurezza della collettività significa inevitabilmente operare in contesti complessi, spesso emergenziali, nei quali il rischio zero non può essere garantito. Per questo motivo i primi cittadini chiedono che venga avviato con urgenza un confronto con la Regione Friuli Venezia Giulia e con il Governo, affinché “venga chiarito il perimetro delle responsabilità degli amministratori e dei responsabili operativi”, “siano rafforzate le tutele giuridiche per chi opera in ambito di Protezione Civile” e “si definiscano linee guida chiare e uniformi per evitare interpretazioni difformi”.

La posizione è netta: “I Sindaci del territorio non intendono sottrarsi alle proprie responsabilità. Tuttavia, in assenza di un quadro certo e sostenibile, diventa sempre più difficile garantire la continuità di servizi fondamentali per la sicurezza delle nostre comunità”. Nel passaggio finale, gli amministratori rivendicano il valore più profondo della Protezione civile: “La Protezione Civile non è solo un servizio: è un presidio di solidarietà, competenza e coesione sociale. Difenderla significa difendere le nostre comunità”.

Da qui anche l’avvertimento conclusivo: “Per questo, qualora non emergano risposte chiare e rapide da parte delle istituzioni competenti, ci riserviamo di valutare, in modo condiviso e responsabile, ogni azione necessaria a tutelare i volontari e gli amministratori, fino anche alla sospensione di alcune attività non essenziali”. Un passaggio che misura bene il livello di allarme maturato sul territorio e che apre una fase delicata, nella quale il confronto politico e legislativo sarà chiamato a misurarsi non solo con una sentenza, ma con il futuro stesso di un modello di volontariato che in Friuli Venezia Giulia ha rappresentato per decenni un pilastro della vita civile.