“Giù le mani dal fogolâr”: l’appello di Venzone per salvare il simbolo del Caffè Vecchio
Riceviamo e pubblichiamo.
Gentile Redazione,
ci sono decisioni amministrative che passano leggere come una brezza, e altre che invece si posano sul cuore di un paese come un peso difficile da ignorare.
A Venzone — il borgo che ha saputo rialzarsi dalle macerie del terremoto con una dignità che l’Italia intera ricorda — oggi si avverte un dolore silenzioso, ma profondo.
Parlo dello storico Caffè Vecchio, che da cinquant’anni non è soltanto un locale, ma un luogo dell’anima. Un punto di ritrovo, un rifugio, un pezzo di memoria condivisa. E al centro di tutto, come un cuore che non ha mai smesso di battere, c’è il suo fogolâr.
Quel fogolâr non è nato da un progetto tecnico, ma da una storia di vita. Una storia che comincia con Romano Madrassi, emigrante in Venezuela, tornato nella sua terra con la forza di chi ha conosciuto la lontananza, la fatica e la nostalgia. Fu lui, primo gestore del Caffè Vecchio, a costruire il fogolâr con le sue mani, pietra dopo pietra, come si costruisce un ritorno, come si ricostruisce un’appartenenza.
Il figlio Mauro lo racconta con gli occhi lucidi, come si ricordano le cose che non appartengono solo alla memoria, ma al sangue. Dice che Romano, di giorno, lavorava al fogolâr con una cura quasi ostinata. E la sera, quando arrivavano gli amici per un taiut e una partita a carte, gli dicevano che “così non andava bene”. E lui, ridendo, lo demoliva e ricominciava da capo. Era un rito: la comunità che partecipa, l’amicizia che guida, il fuoco che nasce non da un disegno, ma da un legame.
Quel fogolâr è fatto di sacrifici, di mani sporche di calce, di risate, di serate d’inverno in cui il calore non veniva solo dalla brace, ma dalle persone. È fatto di ritorni, di radici, di quella friulanità che non ha bisogno di proclami per esistere.
Oggi, però, quel fogolâr rischia di essere demolito. E non per ragioni di sicurezza, non per un’urgenza reale, ma per una scelta amministrativa che molti faticano a comprendere. Una scelta maturata senza un vero dialogo, senza quella disponibilità all’ascolto che un luogo così carico di storia avrebbe meritato.
La comunità ha chiesto confronto, spiegazioni, una mano tesa: non li ha trovati. I gestori — che da mezzo secolo custodiscono quel fuoco come si custodisce una storia di famiglia — vivono questa decisione come uno strappo. Non è un semplice “dispiacere professionale”: è vedere sgretolarsi un pezzo della propria vita, proprio per mano di chi dovrebbe proteggere il patrimonio del territorio.
E i clienti? La loro amarezza è profonda. Perché il fogolâr non è un oggetto: è un odore, un calore, un luogo dove ci si ritrova senza appuntamenti, dove il tempo rallenta, dove la comunità si riconosce.
Spegnere quel fuoco significa lasciare un vuoto che nessuna stufa, nessuna soluzione tecnica potrà colmare.
Venzone ha già perso troppo nella sua storia. Per questo fa male vedere che oggi, a distanza di cinquant’anni dalla ricostruzione, si rischia di demolire non un manufatto, ma un simbolo.
Un gesto che molti percepiscono come un colpo inferto non al Caffè Vecchio, ma alla memoria stessa del paese — e all’eredità di Romano, che quel fuoco lo aveva acceso per tutti.
Chiedo, insieme a tanti altri, che si apra finalmente un confronto vero, non formale. Che si ascoltino le ragioni di chi quel luogo lo vive, lo ama, lo tiene in piedi da cinquant’anni. Che si ricordi che un borgo non è fatto solo di pietre, ma di luoghi che scaldano l’anima. Perché spegnere un fogolâr è sempre facile. Ricostruire ciò che rappresentava, molto meno.
Dott.ssa SABRINA CLAMA
(“una cittadina e una cliente affezionata che non vuole vedere spegnersi ciò che rende Venzone viva”)
